Mencacci sulla città

http://www.oikonomia.it/oikonomia/pages/2009/2009_ottobre/recensione_2.htm

Luca Mencacci (autore di Eclissi dell’utopia urbana, Città Nuova, Roma, 2009) sulla città

E’evidente che il tema della città occupi ancora un posto di rilievo nell’agenda dei dibattiti culturali contemporanei. Non si capirebbe, altrimenti, perché il mio volume su “L’eclissi dell’utopia urbana” abbia potuto attrarre gli interessi di alcuni recensori capaci (Roberto Faben su Il Messaggero, Maurizio Schoepflin sul Giornale di Brescia,
Giancristiano Desiderio su Liberal). Se l’approfondimento condotto da Antonio Riccio e ultimo in ordine di apparizione, si situa tuttavia fra i più stimolanti, giacché le sue argomentazioni sono destinate a rilanciare il dibattito sui fondamenti del sapere in un’epoca contrassegnata dalla crisi dei progetti intellettuali basati sugli
artificiali confini disciplinari.

Dalle suggestioni della recensione di Riccio, dunque, ho potuto trarre ulteriori spunti per
proseguire nella ricerca che ho incominciato già da qualche anno.

“Cos’é la città oggi per noi”?Questa la domanda, sempre attuale, che si pone Italo Calvino nella presentazione del suo stesso libro Le città invisibili. Una domanda cui prudentemente risponde con enfasi poetica, piuttosto che con rigorosi chiarimenti. “Le città sono un insieme di molte cose: di memoria, di desideri, di segni, di un linguaggio”. Sembra limitarsi a dire Calvino. Del resto, la stesse scienze sociali, nella loro pur breve storia, si sono dovute accontentare di soluzioni parziali della definizione del fenomeno urbano, esaltando ora la dimensione demografica (Wirth) ora quella economica (Weber) ora quella psicologica (Simmel). “Le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.” Ma cosi facendo Calvino non elude la risposta, piuttosto rimanda a un intimo legame spirituale, prima ancora che culturale, tra la forma della città e la vita dei suoi cittadini, tra architettura e storia, tra urbanistica e sociologia.

Composta di materiali che il passato ha sedimentato lungo i suoi percorsi, nei suoi pieni come nei suoi vuoti, punteggiata dalla dialettica incessante tra costruzione, distruzione e ricostruzione, la città può essere interrogata come un testo in cui sono impressi i significati del tempo” sottolinea Gabriella Paolucci nel suo Libri di pietra. Città e memorie sostenendo una prospettiva semiologica dello spazio urbano, che affonda le sue radici nelle intuizioni della semiologia classica di Roland Barthes e di Umberto
Eco. Per entrambi la città poteva essere ridotta a un complesso insieme di segni, di significanti, che si riferiscono alla forma del tessuto urbano o agli elementi architettonici, e di significati, che invece fanno riferimento al contenuto e che sono ai primi attribuiti da tutti coloro che con essa hanno a che fare, dal primo dei fondatori all’ ultimo dei migranti. Un’impostazione volta a leggere la città in termini testuali, che può apparire ancora oggi originale, per certi versi anche eccentrica, ma ugualmente capace di trovare importanti conferme in discipline più ortodosse all’ analisi e alla comprensione del fenomeno urbano. Se infatti Barthes nel suo saggio “Semiology and the Urban” anticipa che “La città è un discorso e questo discorso è davvero un linguaggio”, Giulio Claudio Argan nel suo Storia dell’arte come storia della città, arriva a sostenere una precisa analogia tra la costruzione dello spazio urbano e la formazione del linguaggio. Se Eco può ammonire che “ricordare è come costruire, è come viaggiare attraverso lo spazio costruito”, allora Giandomenico Amendola ne “La città postmoderna” può finalmente affermare che “la memoria è incapsulata nello spazio e ha bisogno di esso. La città resta il principale libro su cui la storia possa essere scritta e soprattutto
letta”.

La forma urbana tuttavia non si limita a riflettere o raccontare il passato di una comunità. Invece, la ricapitola, o la reimpagina se vogliamo, la ripropone alla stregua di un palcoscenico, o di una biblioteca, dove la conservazione e la rappresentazione,
talvolta anche l’ostentazione, impongono non semplicemente una rilettura, continua anche se provvisoria, ma una vera e propria interazione comunicativa, interattiva e ipertestuale, a chiunque si trovi a percorrere le sue strade o ad attraversare le sue piazze.

Ritorna allora in mente l’intuizione letteraria di Calvino, quando sostiene che “la città non dice il suo passato, lo contiene come linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nei corrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle  bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature intagli e virgole.” Ma non e solo al flaneur di Baudelaire, prima ancora che a quello di Benjamin, che la città si rivolge. Non attrae  solo il passante curioso che vaga senza meta per i suoi quartieri un po’ dandy, un po’ clochard, piuttosto invita alla conversazione ogni suo abitante come ogni suo fruitore, tanto il cittadino quanto il visitatore, permettendosi di offrire ospitalità, ogni volta diversa, alla storia personale o alla esperienza di vita di ciascuno di essi. La città stessa in un gioco di riflessi senza soluzione di continuità fa tesoro di ogni incontro come di ogni utenza e restituisce l’eco dei commenti, cristallizzandone la forma nel tempo.

I passi allora possono essere paragonati alle parole, le frasi a passeggiate e “gli sguardi sulla, nella e dalla città fungono più che mai da vera e propria riscrittura del testo urbano; soprattutto quando essi prendono forma artistica e narrativa e la città viene vista e mostrata  attraverso gli occhi degli artisti, degli scrittori dei poeti dei registi e dei loro personaggi”. Suggerisce Bruna Mancini Sguardi su Londra. Immagini di una città mostruosa ricordando come l’architetto e urbanista statunitense Kevin Lynch, allievo di Frank Lloyd Wright, fosse solito affermare come i romanzieri abbiano contribuito a
costruire le città in cui viviamo nella stessa misura dei costruttori che le hanno edificate.

Evidentemente, se si vuole considerare la città un testo, non si può trascurare che l’aspetto transitivo del rapporto che lega la lettura, o se vogliamo la rilettura, alla scrittura. Giovanni Puglisi nel saggio “La città e il cittadino: immagini di uno specchio”, contenuto nella raccolta significativamente intitolata “Le città di carta”, evidenzia il rapporto strettissimo che lega la città, l’autore di un romanzo e il lettore. “ Il triangolo che si viene cosi a delineare e rettangolo, in quanto – metaforizzando alcune nozioni di geometria – l’immagine costruita sull’ipotenusa, la città è equivalente alla somma delle immagini costruite sui due cateti, ovvero quella dell’autore e del suo lettore”. Soprattutto sottolinea come il romanzo possa rappresentare un eccellente mezzo di espressione per tutti quegli autori che vogliono declinare il proprio impegno letterario oltre la dimensione individuale spingendolo verso un orizzonte pubblico. “Le scritture narrative hanno segnato spesso sia lo stato dei costumi e del dibattito etico politico sia il valore e lo spessore del coinvolgimento etico degli intellettuali nella costruzione urbana e nella vita civile della loro città. Ciò che è entrato in gioco è sempre stato comunque il rapporto strettissimo tra il testo letterario, la città della quale esso si fa ermeneuta o portavoce e il cittadino, che nelle diverse fattispecie può essere di volta in volta l’autore o il lettore”.

Poiché l’attenzione verso il passato conduce sempre all’analisi del presente e provoca spesso la progettazione del futuro, le immagini, che la città ci offre con la sua architettura, e le suggestioni, che lei riflette attraverso la letteratura, assurgono a intima chiave di accesso dell’animo di coloro che la costruiscono o la modificano, la vivono o la visitano, la ricordano o la immaginano. E forniscono soprattutto una privilegiata fonte interpretativa delle loro aspettative e dei loro timori, cosi come dei loro entusiasmi e delle loro delusioni, interessante fonte di analisi sociologiche.

Attribuire all’immaginario letterario una sua peculiare funzione epistemologica nel campo sociale non sembra essere poi un’impostazione del tutto arbitraria e autoreferenziale. Se non come fonte, almeno come sussidio. Rinunciarvi comporta il rischio di ancorare la ricerca sociologia al presente, privando la città di una sua dimensione fondamentale, quella temporale, dove le speranze e le delusioni trovano il loro incessante e significativo avvicendamento.

Del resto, ampia produzione accademica testimonia come l’esame e l’uso degli immaginari evocati dalla narrazione letteraria sia stato strumento fondamentale di analisi e conoscenza del sociale, adottato da una lunga teoria pensatori definibili come classici del pensiero sociologico. Non è certo questa la sede per citarli tutti o anche solo i maggiori, magari addentrandosi nell’elenco, invero esauriente quanto sorprendente, redatto nello studio I sociologi e lo spazio letterario di Fabio Tarzia. Maggiore rilevanza sembra invece attribuibile alle motivazioni che possono averli indotti a indagare una simile fonte. A tale proposito Gabriella Turnaturi ne l’Immaginazione sociologica e immaginazione letteraria sostiene che “la fascinazione intellettuale che il romanzo, la finzione letteraria può esercitare su chi tenti una lettura delle società e dei progressi sociali nasce soprattutto da quel suo dispiegare dinanzi agli occhi, come un caleidoscopio, più mondi, più realtà. Il romanzo può funzionare come fonte di ideazione, come interruttore che accende idee e ipotesi embrionali, confuse e troppo astratte che nessuna survey o ricerca empirica riesce a concretizzare altrettanto vividamente”.

La consapevolezza dell’autore e la complicità del lettore, contribuiscono a determinarne il rilievo sociologico, ovvero la sua capacità di evocare rappresentazioni e metafore, anche in concorrenza con altri media. Per questo, la sociologa della letteratura Graziella Pagliano, nel suo Profilo di sociologia della letteratura, evidenzia che il testo letterario, “se riflette la realtà, la riflette in modo incompleto e parziale, ma se opera ciò esplicitamente, assolve a un compito non sostituibile con la conoscenza scientifica (che ha i suoi propri strumenti), cioè un compito rivelatore, in quanto la frammentazione dell’immagine evoca la stratificata complessità della realtà.”

In quello che oggi viene sovente definito come lo spazio dei flussi il luogo urbano, non semplicemente la città, meno che mai la metropoli, restituisce il senso della posizione. Attraverso la sua feconda dialettica tra le pietre e le parole alimenta le aspirazioni ideali della sua cittadinanza, conservandone la misura della realizzabilità e subendone i limiti della realizzazione.

Se allora si vuole sostenere che scrivere possa equivalere a costruire, leggere potrà significare vivere, camminare e abitare gli spazi urbani. Quegli stessi spazi reali e locali che Bauman chiama “la discarica di problemi causati dalla globalizzazione” ove oggi è possibile rinvenire lo scarto tanto dei tentativi falliti di dare soluzioni locali alle contraddizioni globali quanto del confronto tra la città immaginata come ideale e quella realizzata come possibile.
Uno scarto la cui cognizione potrà assurgere a oggetto, inesauribile sin dai tempi di Zenone, per una nuova atipica sociologia, a metà strada tra quella urbana e quella della letteratura. La sociologia degli scarti.

post editing:Ines Palumbo
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Autore: elektra89

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