A poison tree

I was angry with my friend

I told my wrath, my wrath did end;

I was angry with my foe

I told it not, my wrath did grow.

And I watere’d it in fears

Night and morning with my tears;

And I sunned it with smiles

And with soft deceitful wiles.

And it grew both day and night,

Till it bore an apple bright;

And my foe beheld it shine,

And he knew that it was mine,

And into my garden stole

When the night had veil’d the pole:

In the morning glad I see

My foe outstretch’d beneath the tree.

Un albero avvelenato

 Ero adirato col mio amico,

Dissi la mia ira, la mia ira finì;

ero adirato col mio nemico,

non la dissi, la mia ira crebbe.

E l’ho bagnata di timori,

notte & giorno con le mie lacrime,

e le ho dato il sole di sorrisi

e dolci ingannevoli astuzie.

 Ed è cresciuta sia di giorno che di notte,

finché ha portato una mela luminosa;

ed il mio nemico la vide risplendere,

e seppe che era mia.

 E penetrò nel mio giardino

quando la notte aveva velato il cielo;

nella mattina lieto vedo

il mio nemico steso morto sotto l’albero.

William Blake

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Se i dolci facessero dimagrire, io sarei anoressica

Viviamo in una società in cui chi ruba dieci euro è un ladro e chi ne ruba dieci milioni è un milionario, in cui gli scandali fanno curriculum professionale ed essere indagati è un’eclatante pubblicità che spalanca le dorate porte della fama.
Una società impastoiata nei luoghi comuni e dominata dalla voglia di apparire. Se vivesse oggi, Amleto non si chiederebbe più: “Essere o non essere”, bensì: “Essere o apparire?”. E la risposta sarebbe: “Apparire”…specialmente in TV. Vallette, veline, prezzemoline varie incarnano l’ideale irraggiungibile di migliaia di ragazze ed i toy-boys, i tronisti sono la massima aspirazione degli adolescenti.
Stilisti, dalla sessualità quantomeno ambigua, impongono un ideale di bellezza androgina e scheletrica, e le riviste ci propinano ricette da mille calorie a cucchiaiata e nella pagina seguente ci tartassano con diete che prevedono quotidianamente una mela, uno yoghurt, un pomodorino scondito ed acqua a volontà.
La giovinezza è l’ultimo mito, la frontiera che dovrebbe essere perenne come i pini del Golfo napoletano.
Insomma, viviamo in una società assurda, in cui chi ha raggiunto il traguardo dei famigerati “anta” si strema in palestra per rassodare gli addominali e segue corsi di yoga per non soccombere all’abominevole realtà del tempo che passa.
Siamo “vittime strumentali” di una falsa demagogia dell’apparenza, in cui le persone normali, con problemi e necessità normali, si sentono fuori luogo, trascurate, messe da parte, vergognose della loro “banalità”, che – poi -é lo svolgersi naturale della vita.
Che fare? Arrabbiarsi? Amareggiarsi? Intristirsi?…
…Ma no, non affliggiamoci: prendiamola con filosofia, anzi, prendiamola con un sorriso liberatorio che ci ridia l’orgoglio di accettarsi e di infischiarcene dei diktat dei vecchi e nuovi guru dell’effimero, perchè – è risaputo -“una risata li seppelirà”.
Introduzione di Se i dolci facessero dimagrire, io sarei anoressica
Aforismi spiritosi per golose e golosi
Giusi Vanella

Hati: il dolore e il grido

Haiti: il dolore e il grido

E noi apriamo le nostre palme vuote
La tragedia di Haiti lascia senza fiato. Gigantesca. Più di quanto si immaginava. Il numero delle vittime imprecisato, si parla di decine e decine di migliaia. In una parte di un’isola già povera e provata da miseria e fatica di vivere, si è abbattuta una sventura che lascia attoniti. Come se a sventura si aggiungesse sventura in un baratro senza fondo. Haiti, nome esotico e di buia miseria. Nome di terra lontana. Di popolo provato e povero. E il fiato non si sa dove prenderlo. Se metti la faccia tra le mani, il respiro non torna.

E se anche ti volti da un’altra parte, il respiro non torna. E se ancora maledici i terremoti, non torna. Come non tornano le decine di migliaia di innocenti. I bambini e le donne. Come non tornano i sepolti vivi.

Un raddoppiamento di male. Di sventura. Un raddoppiamento di catastrofe. Una insistenza del dolore e della mancanza di fiato. Come se nessun “perché” gridato in faccia a nessuno e nemmeno gridato in faccia al cielo potesse esaurire lo sconforto, e la durezza che impietrisce davanti al disastro e alle immagini di disastro. Nessun “perché” rigirato nelle mani, nessuna domanda ricacciata in gola, può esaurire l’inquietudine. Una doppia ingiustizia. Una moltiplicata sventura. Anche il cuore più sordo sente il grido di questa sventura. Anche il cuore più duro si crepa davanti alla morte che domina così apertamente, così sfacciatamente. Anche l’anima che non sospira mai, sente il fiato che si tira. Il fiato che non arriva. Il fiato che si rompe.

Quasi non si arriva nemmeno alla domanda, lecita, urgente di cosa si può fare, di fronte a questa tragedia. Quasi non si arriva a formulare nessuna domanda su cosa fare, perché si rimane inchiodati a una domanda più forte, più radicale: cosa possiamo essere? Sì, insomma, cosa si è, cosa è essere uomini davanti a questi eventi? Perché sembra quasi che ogni forza nostra, ogni umana dignità siano annullate. Radiate. Come se esser uomini davanti a tali tragedie sia quasi una cosa grottesca. Tappi di sughero nel mare in tempesta. Formiche in balìa della strage, come diceva Leopardi di fronte al Vesuvio sterminatore.

Da dove riprendere fiato, umanità, dignità davanti a tale strage? Non c’è altra possibilità: davanti a questo genere di cose, o si prega o si maledice Dio. O si è credenti o si diventa contro Dio. Una delle due. E se il cristiano dice di esser quello che prega, invece di esser l’uomo che maledice, non lo fa per sentimentalismo. Non lo fa per comodità. Anzi, è più scomodo. Molto più scomodo. Ma più vero. Perché quando il mistero della vita sovrasta – nella sventura come nelle grandi gioie – è più vero aprire le palme vuote, o piene di calcinacci o di sangue dei fratelli e dire: tienili nelle tue braccia. Tienili nel Tuo cuore. Perché noi non riusciamo a conservare nemmeno ciò che amiamo. Perché la vita è più grande di noi, ci eccede da ogni parte, e la morte è un momento di eccedenza della vita. Un momento in cui la vita tocca fisicamente il suo mistero.

La natura non è Dio. In natura esistono anche i disastri. Come gli spettacoli e gli incanti. Ma la natura non è Dio. Non preghiamo la natura, che ha pregi e difetti, come ogni creatura. Preghiamo Dio creatore di abbracciare il destino delle vittime. Il destino triste di questi fratelli. Che valgono per Lui come il più ricco re morto anziano e sereno nel proprio letto. Che ci ricordano, nel loro dolore, che non siamo padroni del destino.

Davide Rondoni

RACCOLTA FONDI PER I TERREMOTATI DI HAITI :

AVSI a seguito del violentissimo terremoto che ha colpito Haiti – ha lanciato una raccolta fondi per intervenire in favore della popolazione e far fronte alla grave emergenza umanitaria che si è creata nell’isola.
AVSI è presente ad Haiti dal 1999 con alcuni progetti a sostegno della realtà locale; i suoi 6 operatori sono fortunatamente salvi.

– Credito Artigiano – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
IBAN IT 68 Z0351201614000000005000
Per bonifici dall’estero:  IBAN IT 68 Z0351201614000000005000   BIC (Swift code) ARTIITM2
– Conto corrente postale n° 522474, intestato AVSI

 

Mencacci sulla città

http://www.oikonomia.it/oikonomia/pages/2009/2009_ottobre/recensione_2.htm

Luca Mencacci (autore di Eclissi dell’utopia urbana, Città Nuova, Roma, 2009) sulla città

E’evidente che il tema della città occupi ancora un posto di rilievo nell’agenda dei dibattiti culturali contemporanei. Non si capirebbe, altrimenti, perché il mio volume su “L’eclissi dell’utopia urbana” abbia potuto attrarre gli interessi di alcuni recensori capaci (Roberto Faben su Il Messaggero, Maurizio Schoepflin sul Giornale di Brescia,
Giancristiano Desiderio su Liberal). Se l’approfondimento condotto da Antonio Riccio e ultimo in ordine di apparizione, si situa tuttavia fra i più stimolanti, giacché le sue argomentazioni sono destinate a rilanciare il dibattito sui fondamenti del sapere in un’epoca contrassegnata dalla crisi dei progetti intellettuali basati sugli
artificiali confini disciplinari.

Dalle suggestioni della recensione di Riccio, dunque, ho potuto trarre ulteriori spunti per
proseguire nella ricerca che ho incominciato già da qualche anno.

“Cos’é la città oggi per noi”?Questa la domanda, sempre attuale, che si pone Italo Calvino nella presentazione del suo stesso libro Le città invisibili. Una domanda cui prudentemente risponde con enfasi poetica, piuttosto che con rigorosi chiarimenti. “Le città sono un insieme di molte cose: di memoria, di desideri, di segni, di un linguaggio”. Sembra limitarsi a dire Calvino. Del resto, la stesse scienze sociali, nella loro pur breve storia, si sono dovute accontentare di soluzioni parziali della definizione del fenomeno urbano, esaltando ora la dimensione demografica (Wirth) ora quella economica (Weber) ora quella psicologica (Simmel). “Le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.” Ma cosi facendo Calvino non elude la risposta, piuttosto rimanda a un intimo legame spirituale, prima ancora che culturale, tra la forma della città e la vita dei suoi cittadini, tra architettura e storia, tra urbanistica e sociologia.

Composta di materiali che il passato ha sedimentato lungo i suoi percorsi, nei suoi pieni come nei suoi vuoti, punteggiata dalla dialettica incessante tra costruzione, distruzione e ricostruzione, la città può essere interrogata come un testo in cui sono impressi i significati del tempo” sottolinea Gabriella Paolucci nel suo Libri di pietra. Città e memorie sostenendo una prospettiva semiologica dello spazio urbano, che affonda le sue radici nelle intuizioni della semiologia classica di Roland Barthes e di Umberto
Eco. Per entrambi la città poteva essere ridotta a un complesso insieme di segni, di significanti, che si riferiscono alla forma del tessuto urbano o agli elementi architettonici, e di significati, che invece fanno riferimento al contenuto e che sono ai primi attribuiti da tutti coloro che con essa hanno a che fare, dal primo dei fondatori all’ ultimo dei migranti. Un’impostazione volta a leggere la città in termini testuali, che può apparire ancora oggi originale, per certi versi anche eccentrica, ma ugualmente capace di trovare importanti conferme in discipline più ortodosse all’ analisi e alla comprensione del fenomeno urbano. Se infatti Barthes nel suo saggio “Semiology and the Urban” anticipa che “La città è un discorso e questo discorso è davvero un linguaggio”, Giulio Claudio Argan nel suo Storia dell’arte come storia della città, arriva a sostenere una precisa analogia tra la costruzione dello spazio urbano e la formazione del linguaggio. Se Eco può ammonire che “ricordare è come costruire, è come viaggiare attraverso lo spazio costruito”, allora Giandomenico Amendola ne “La città postmoderna” può finalmente affermare che “la memoria è incapsulata nello spazio e ha bisogno di esso. La città resta il principale libro su cui la storia possa essere scritta e soprattutto
letta”.

La forma urbana tuttavia non si limita a riflettere o raccontare il passato di una comunità. Invece, la ricapitola, o la reimpagina se vogliamo, la ripropone alla stregua di un palcoscenico, o di una biblioteca, dove la conservazione e la rappresentazione,
talvolta anche l’ostentazione, impongono non semplicemente una rilettura, continua anche se provvisoria, ma una vera e propria interazione comunicativa, interattiva e ipertestuale, a chiunque si trovi a percorrere le sue strade o ad attraversare le sue piazze.

Ritorna allora in mente l’intuizione letteraria di Calvino, quando sostiene che “la città non dice il suo passato, lo contiene come linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nei corrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle  bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature intagli e virgole.” Ma non e solo al flaneur di Baudelaire, prima ancora che a quello di Benjamin, che la città si rivolge. Non attrae  solo il passante curioso che vaga senza meta per i suoi quartieri un po’ dandy, un po’ clochard, piuttosto invita alla conversazione ogni suo abitante come ogni suo fruitore, tanto il cittadino quanto il visitatore, permettendosi di offrire ospitalità, ogni volta diversa, alla storia personale o alla esperienza di vita di ciascuno di essi. La città stessa in un gioco di riflessi senza soluzione di continuità fa tesoro di ogni incontro come di ogni utenza e restituisce l’eco dei commenti, cristallizzandone la forma nel tempo.

I passi allora possono essere paragonati alle parole, le frasi a passeggiate e “gli sguardi sulla, nella e dalla città fungono più che mai da vera e propria riscrittura del testo urbano; soprattutto quando essi prendono forma artistica e narrativa e la città viene vista e mostrata  attraverso gli occhi degli artisti, degli scrittori dei poeti dei registi e dei loro personaggi”. Suggerisce Bruna Mancini Sguardi su Londra. Immagini di una città mostruosa ricordando come l’architetto e urbanista statunitense Kevin Lynch, allievo di Frank Lloyd Wright, fosse solito affermare come i romanzieri abbiano contribuito a
costruire le città in cui viviamo nella stessa misura dei costruttori che le hanno edificate.

Evidentemente, se si vuole considerare la città un testo, non si può trascurare che l’aspetto transitivo del rapporto che lega la lettura, o se vogliamo la rilettura, alla scrittura. Giovanni Puglisi nel saggio “La città e il cittadino: immagini di uno specchio”, contenuto nella raccolta significativamente intitolata “Le città di carta”, evidenzia il rapporto strettissimo che lega la città, l’autore di un romanzo e il lettore. “ Il triangolo che si viene cosi a delineare e rettangolo, in quanto – metaforizzando alcune nozioni di geometria – l’immagine costruita sull’ipotenusa, la città è equivalente alla somma delle immagini costruite sui due cateti, ovvero quella dell’autore e del suo lettore”. Soprattutto sottolinea come il romanzo possa rappresentare un eccellente mezzo di espressione per tutti quegli autori che vogliono declinare il proprio impegno letterario oltre la dimensione individuale spingendolo verso un orizzonte pubblico. “Le scritture narrative hanno segnato spesso sia lo stato dei costumi e del dibattito etico politico sia il valore e lo spessore del coinvolgimento etico degli intellettuali nella costruzione urbana e nella vita civile della loro città. Ciò che è entrato in gioco è sempre stato comunque il rapporto strettissimo tra il testo letterario, la città della quale esso si fa ermeneuta o portavoce e il cittadino, che nelle diverse fattispecie può essere di volta in volta l’autore o il lettore”.

Poiché l’attenzione verso il passato conduce sempre all’analisi del presente e provoca spesso la progettazione del futuro, le immagini, che la città ci offre con la sua architettura, e le suggestioni, che lei riflette attraverso la letteratura, assurgono a intima chiave di accesso dell’animo di coloro che la costruiscono o la modificano, la vivono o la visitano, la ricordano o la immaginano. E forniscono soprattutto una privilegiata fonte interpretativa delle loro aspettative e dei loro timori, cosi come dei loro entusiasmi e delle loro delusioni, interessante fonte di analisi sociologiche.

Attribuire all’immaginario letterario una sua peculiare funzione epistemologica nel campo sociale non sembra essere poi un’impostazione del tutto arbitraria e autoreferenziale. Se non come fonte, almeno come sussidio. Rinunciarvi comporta il rischio di ancorare la ricerca sociologia al presente, privando la città di una sua dimensione fondamentale, quella temporale, dove le speranze e le delusioni trovano il loro incessante e significativo avvicendamento.

Del resto, ampia produzione accademica testimonia come l’esame e l’uso degli immaginari evocati dalla narrazione letteraria sia stato strumento fondamentale di analisi e conoscenza del sociale, adottato da una lunga teoria pensatori definibili come classici del pensiero sociologico. Non è certo questa la sede per citarli tutti o anche solo i maggiori, magari addentrandosi nell’elenco, invero esauriente quanto sorprendente, redatto nello studio I sociologi e lo spazio letterario di Fabio Tarzia. Maggiore rilevanza sembra invece attribuibile alle motivazioni che possono averli indotti a indagare una simile fonte. A tale proposito Gabriella Turnaturi ne l’Immaginazione sociologica e immaginazione letteraria sostiene che “la fascinazione intellettuale che il romanzo, la finzione letteraria può esercitare su chi tenti una lettura delle società e dei progressi sociali nasce soprattutto da quel suo dispiegare dinanzi agli occhi, come un caleidoscopio, più mondi, più realtà. Il romanzo può funzionare come fonte di ideazione, come interruttore che accende idee e ipotesi embrionali, confuse e troppo astratte che nessuna survey o ricerca empirica riesce a concretizzare altrettanto vividamente”.

La consapevolezza dell’autore e la complicità del lettore, contribuiscono a determinarne il rilievo sociologico, ovvero la sua capacità di evocare rappresentazioni e metafore, anche in concorrenza con altri media. Per questo, la sociologa della letteratura Graziella Pagliano, nel suo Profilo di sociologia della letteratura, evidenzia che il testo letterario, “se riflette la realtà, la riflette in modo incompleto e parziale, ma se opera ciò esplicitamente, assolve a un compito non sostituibile con la conoscenza scientifica (che ha i suoi propri strumenti), cioè un compito rivelatore, in quanto la frammentazione dell’immagine evoca la stratificata complessità della realtà.”

In quello che oggi viene sovente definito come lo spazio dei flussi il luogo urbano, non semplicemente la città, meno che mai la metropoli, restituisce il senso della posizione. Attraverso la sua feconda dialettica tra le pietre e le parole alimenta le aspirazioni ideali della sua cittadinanza, conservandone la misura della realizzabilità e subendone i limiti della realizzazione.

Se allora si vuole sostenere che scrivere possa equivalere a costruire, leggere potrà significare vivere, camminare e abitare gli spazi urbani. Quegli stessi spazi reali e locali che Bauman chiama “la discarica di problemi causati dalla globalizzazione” ove oggi è possibile rinvenire lo scarto tanto dei tentativi falliti di dare soluzioni locali alle contraddizioni globali quanto del confronto tra la città immaginata come ideale e quella realizzata come possibile.
Uno scarto la cui cognizione potrà assurgere a oggetto, inesauribile sin dai tempi di Zenone, per una nuova atipica sociologia, a metà strada tra quella urbana e quella della letteratura. La sociologia degli scarti.

post editing:Ines Palumbo